Mujeres y panderos, donne e tamburi. Parallelo di ritmi e culture tra la penisola Iberica e la penisola Italica

Premessa

Questo corso ci ha coinvolto dal punto di vista personale, essendo percussionisti italiani che si sono approcciati negli ultimi anni alla musica tradizionale del sud Italia. Già dalle prime letture sul lavoro della Cohen abbiamo iniziato ad associare delle immagini delle suonatrici di Adufe con le donne del sud Italia fotografate nelle ricerche effettuate in Italia nel dopoguerra, motivo per cui abbiamo deciso di dare questo titolo e questa direzione al nostro lavoro.

Este pandeiro qu’eu toco

L’adufe è un tamburo iberico a cornice quadrata, suonato prevalentemente da donne. Le prime menzioni che parlano di suonatori di adufe appaiono nella letteratura iberica medioevale. Le prime immagini sono presenti nel canzoniere lirico galiziano (cancioneiro de Aiuda – 1280). Altre immagini sono miniature presenti nel manoscritto ebraico di Barcellona del XIV secolo noto come Haggad de Oro

Questa miniatura ci ha ricordato una delle più importanti e antiche raffigurazioni del tamburo a cornice presenti in Campania:


(Mosaico proveniente dalla Villa di Cicerone a Pompei I secolo a.C.)

Quanto scritto fino ad ora sull’Adufe è già stato affrontato nello scorso esposto, evitando inutili ripetizioni affrontiamo ora solo alcuni aspetti dello strumento e dei ritmi ad esso associati:

In merito al ruolo del musicista nella comunità possiamo sintetizzare che nella pubblicazione della Cohen si fa riferimento alle pratiche musicali durante i riti religiosi e para-religiosi. L’autrice però precisa che l’utilizzo dell’Adufe ha una forte connotazione sessuale, sia legata al genere, che ai concetti di fertilità.

«Il tamburo a cornice ha da lungo tempo collegato le sfaccettature spirituali e fisiche della vita delle donne (vedi Doubleday 1999; Redmond 1997, 47, 126-7). La frequente associazione dell’adufe con la primavera e la Pasqua continua il suo antico legame con la fertilità…»

Inoltre è più volte sottolineata l’accezione “negativa” dello strumento e della donna sia per le pratiche magiche che per l’utilizzo in contesti profani. Benché le suonatrici di Adufe siano necessarie per le pratiche musicali è evidente la loro condizione marginale oltre che negativa nella comunità. Queste qualità, a volte indicate come una debolezza, veniva anticamente attribuita anche agli uomini che suonavano l’Adufe.

SETACCIO E TAMBURO

Altra associazione immediata riguarda la natura organologica dello strumento. Sembra che il tamburo di entrambe le culture derivi dallo stesso strumento contadino: Il setaccio. Lo stesso oggetto rurale conferma il rapporto tra il contesto contadino, la donna, l’agricoltura, la fertilità, il sesso e la magia.

“Il tamburo a cornice ha da lungo tempo collegato le sfaccettature spirituali e fisiche della vita delle donne (vedi Doubleday 1999; Redmond 1997, 47, 126-7). La frequente associazione dell’adufe con la primavera e la Pasqua continua il suo antico legame con la fertilità, così come la lunga associazione tra tamburi a cornice e setacci…” (Judith R. Cohen – This Drum i play)

“Pare che all’origine del tamburo a cornice ci sia proprio il setaccio per il grano. Oltre all’evidente somiglianza tra i due oggetti, questa ipotesi sarebbe anche supportata dalla linguistica: in antico sumero la parola usata per indicare il tamburo a cornice significa anche setaccio e in Egitto il geroglifico che significa “ciclo di tempo” e “tamburo”  è anche parte del geroglifico che rappresenta il grano. Per analogia questi dati ci dicono tre cose: che il tamburo, come altri strumenti musicali, ha un origine pratica, in questo caso il setaccio per il grano che viene utilizzato fin dai tempi più remoti per accompagnare i riti legati al grano, quindi anche riti sessuali; che l’ipotesi di Layne Redmond relativo al fatto che le donne siano le più antiche suonatrici di tamburo e che il tamburo stesso fosse in origine uno strumento tipicamente femminile” si conferma anche indirettamente con l’analogia setaccio-tamburo e con il fatto che la setacciatura rimase a lungo un lavoro riservato alle donne.”(Sesso sacro: la via del corpo di Roberta Pio)

da minuto 7.00 a 9.05

“LU SUTAZZU” (simbologia)

In ambito magico-popolare vi sono diversi utilizzi del setaccio, uno strumento che assume valenze magiche e sacrali fin dall’antichità.Uno di questi usi è un chiaro esempio di magia imitativa: trattandosi di uno strumento che separa il buono dallo scarto, che filtra, si riteneva fosse in grado di filtrare i malefici, e per questo motivo veniva appeso dietro alla porta di casa come oggetto apotropaico.

“…Anche a Pisticci contro i rischi magici della prima notte si ricorre a misure protettive: spilli ai quattro lati del letto, falce e forbici sotto il pagliereccio. A Colobraro sotto il saccone si nascondono, allo stesso scopo, falce, forbici aperte, un setaccio (che suggerisce l’idea di trattenere la malignità), un pezzo di corda della campana…. ”   (“Sud e Magia” di Ernesto de Martino) .

minuto 2,30 a 3.00 “mal de ojo”

Lu tambureddu meu

Nel dopoguerra Ernesto De Martino organizza due importanti spedizioni per studiare alcuni fenomeni tradizionali, una in Basilicata, che porterà alla pubblicazione di “Sud e Magia”, e l’altra in Salento al quale seguirà “La Terra del Rimorso”. In questa ultima spedizione etnografica, grazie alla presenza dello studioso Diego Carpitella, documenterà anche con contributi video importanti testimonianze sul fenomeno del tarantismo e sulle pratiche musicali e coreutiche ad esso associate.

minuto 4.23 musicisti/terapeuti suonano per Maria di Nardò

“… appare assai ben rappresentata, e oltrmodo interessante, l’azione condotta da alcune tamburelliste; mi pare che questo aspetto sia stato sostanzialmente sottovalutato nella ricostruzione e nel commentario operati da De Martino e Carpitella (quest’ultimo, in verità, si sofferma, pur se piuttosto rapidamente,su alcune pizziche realizzate da tamburelliste sole). Si può forse dire che il vero grado minimo della terapia, sufficiente e connotante, sia proprio dell’associazione voce/tamburello affidata a una sola esecutrice…”(pag:35 Musiche tradizionali del Salento-Maurizio Agamennone)

ZA TORA E TIA GORA, DONNE CUSTODI DELLA TRADIZIONE

Salvatora Marzo “Zà Tora”

Leggendaria cantatrice e suonatrice di tamburello di Nardò, conosciuta come za’ Tora. “Vero albero di canto del Salento” come l’ha definita l’etnomusicologo Maurizio Agamennone, riprendendo una suggestiva espressione di Bela Bartok .Za’ Tora ha collaborato assiduamente con Luigi Stifani nella terapia delle tarantate e a questa circostanza si deve il suo incontro con Ernesto de Martino e Diego Carpitella che ne ha ampiamente documentato sia l’energico stile percussivo, estremamente funzionale alla terapia, sia la padronanza di vari repertori, dalle pizziche tarantate, alle canzoni narrative, alle lamentazioni funebri.

prima performance artistica (fuori dal contesto terapeutico)

Gregoria Benito “Tia Gora”

Gregoria Benito, popolarmente conosciuta come Tía Gora è una delle persone più longevi in ​​Castilla y León, la sua città natale è Peñaparda (Salamanca).Cantatrice e Suonatrice di pandero cuadrado è stato un vero e proprio riferimento nel folklore della zona, riuscendo a mantenere attivo il suo profondo legame col tamburo fino all’età di 110 anni.

SUONI COMUNI

L’impianto sonoro tradizionale di penaparda (vedi video) ci ha riportati in  una delle feste tradizionali della nostra terra ossia la festa in onore della Madonna detta dell’Avvocata di Maiori (Campania), (video avvocata) entrambe le manifestazioni anche se con le dovute differenze sono formate da elementi fortemente comuni, sia i tre elementi essenziali di quasi tutte le culture popolari del mondo: danza, ritmo e canto; che l’organico: voce, tamburo, nacchere.

organico e impianto acustico della musica di Penaparda da minuto 4.00 a 5.00
organico e impianto acustico della tammurria dedicata alla Madonna detta dell’Avvocata a Maiori

Conclusione:

“Ogni tamburo parla! Si esprime con un linguaggio preciso. Narra di una terra e della sua storia, di Uomini e del loro Spirito, ho cercato di bere alla fonte nel rispetto di una differente cultura” (Pasquale Di Lascio “Tamburi Parlanti”)

 Ci affascina molto l’idea di connetterci con differenti culture attraverso il tamburo.

 Siamo del tutto coscienti del fatto che un lavoro di ricerca e comparazione rispetto a queste tematiche richieda tempi infiniti, ma  crediamo che questo lavoro ci abbia posto di fronte a qualcosa fin ora a noi sconosciuto ma che probabilmente, anche se incosciamente, è da sempre stato parte di noi…

 A proposito di fertilità potrebbe rappresentare un seme pronto a sbocciare.

Pasquale Di Lascio

Gianluca Fulgione

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